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Gian Carlo Dall’Armi. Una storia torinese

Lunedì, Aprile 2nd, 2012

La storia di Gian Carlo Dall’Armi, triestino, è in realtà una vicenda tutta torinese: nonostante una vita intensa e ricca di eventi privati e professionali avvenuti non solo in questa città, la maggior parte della produzione della sua breve esistenza si concentra a Torino e qui è conservata. Alle notizie allora raccolte e illustrate nel catalogo della mostra Primario Studio (Reteuna, 1998), si aggiunge oggi la mole di informazioni scaturite da un lavoro di oltre dieci mesi che ha interessato un campione del fondo di negativi su lastra allora sconosciuti al pubblico e successivamente pervenuti all’Archivio Storico della Città di Torino da un collezionista privato. La produzione di Dall’Armi ha avuto una storia travagliata a causa di passaggi di proprietà e dispersioni e forse solo ora si intravvede la possibilità di ricomporre l’intero corpus. Infatti, dopo la sua morte avvenuta nel 1928, la conduzione dello studio è assunta dalla seconda moglie Maria Giovanna Andrate. Quando questa decide di cedere l’attività, essa viene acquistata da Ernesto Cagliero, avviato al mestiere del padre Antonio. Inizialmente, per ragioni di tradizione e opportunità commerciale, questi mantiene il nome Studio Dall’Armi e la sede nel Palazzo degli Stemmi in via Po 37, dove Maria Giovanna Andrate si era trasferita dal civico 20 a seguito dei bombardamenti del 1943. Di tale tragico evento resta testimonianza in un piccolo nucleo di 21 negativi la cui busta di conservazione originale reca l’indicazione manoscritta «Casa di via Po 20». Quando nel 1984 il Palazzo degli Stemmi viene dichiarato inagibile, tutti gli inquilini sono costretti ad andarsene e Cagliero trasferisce l’attività in via Roccaforte 11 fino alla morte che sopraggiunge nel 1993. A quel punto, purtroppo, il patrimonio dei due studi fotografici viene smembrato: gran parte delle stampe Dall’Armi e dei negativi e positivi di Cagliero viene suddivisa tra l’Archivio Storico della Città di Torino e la Fondazione Italiana per la Fotografia, mentre il corpus dei negativi Dall’Armi viene venduto a un collezionista privato. Nel 2006, a seguito dello scioglimento della FIF, la parte di fondo Dall’Armi da essa conservato viene depositata presso la Galleria d’Arte Moderna di Torino e recentemente acquisita dalla Regione Piemonte. Poco prima l’Archivio era riuscito a entrare in possesso anche dei negativi su lastra. La situazione attuale è pertanto la seguente: un fondo di circa 5000 positivi e 4000 negativi è conservato presso l’Archivio Storico della Città e uno di circa 420 positivi presso la Galleria d’Arte Moderna di Torino. Se si escludono stampe sciolte o piccoli nuclei tematici presenti in altre istituzioni come, ad esempio, i materiali conservati presso l’Opera Barolo, raffiguranti gli interni e le decorazioni dell’omonimo Palazzo, si può quindi dire che il fondo Dall’Armi sia ormai quasi interamente accessibile agli studiosi grazie all’intervento delle istituzioni pubbliche.

Il fondo dell’Archivio Storico della Città di Torino

Il lotto di negativi è costituito in dettaglio da 3568 lastre di vetro e 402 pellicole: le lastre sono gelatine ai sali d’argento; le pellicole piane sono in alcuni casi ancora nitrati di cellulosa. Nonostante la naturale deperibilità, anche le pellicole al nitrato sono in buono stato di conservazione e non costituiscono una fonte di deterioramento né per le immagini di cui sono supporto né per gli oggetti circostanti. Per la maggior parte, i negativi sono pervenuti all’archivio nei contenitori originali, scatole di cartone in cui venivano distribuite le lastre vergini pronte da impressionare. Tali confezioni riportano spesso indicazioni manoscritte dell’autore. Inoltre, le lastre più antiche sono sovente incartate singolarmente in una velina su cui è riportato il titolo dell’opera d’arte o del luogo riprodotti, oltre a indicazioni per la stampa; spesso tali iscrizioni compaiono anche in lingua inglese. Accanto a queste informazioni, sono presenti numerose piccole strisce di vetro emulsionato su cui sono riportati il titolo e l’indicazione «Dall’Armi riproduzione vietata»: queste venivano sovrapposte all’immagine in fase di stampa per realizzare un’iscrizione fotografica. Si tratta di uno strumento utilizzato preferibilmente per le immagini commerciali come consueto, ad esempio, nelle note albumine Alinari. Questa ricchezza informativa non si ritrova invece nei numerosi ritratti: è molto raro il riferimento al soggetto o al committente. Va tuttavia detto che le scatole originali riportano quasi sempre sul dorso numeri consecutivi rintracciabili anche sulle carte di conservazione delle singole lastre, il che fa supporre l’esistenza di un perduto registro cui tali numeri potrebbero fare rimando, come abituale tra i professionisti dell’epoca.

Lo stato di conservazione dell’intero lotto di lastre è nel complesso buono perché le immagini sono tutte leggibili e riproducibili. Ai prevedibili danni meccanici, come rotture totali o parziali della lastra, si affiancano pochi casi di muffe o alterazioni della gelatina e rari sollevamenti. Se lesioni ai supporti in vetro erano facilmente immaginabili a causa dei numerosi spostamenti, la quasi totale assenza di altri problemi rassicura sul generale stato di salute del fondo. Le buone condizioni conservative hanno permesso di effettuare agilmente le operazioni di riproduzione digitale e di procedere con rapidità al ricondizionamento definitivo dei materiali sinora trattati, oltre alla catalogazione informatica durante la quale si è effettuata un’approfondita verifica di luoghi, nomi, paternità e datazioni.

Il lotto di positivi dell’Archivio Storico è invece costituito da circa 5000 esemplari realizzati principalmente con le tecniche dell’albumina e della gelatina ai sali d’argento su cui il personale interno sta lavorando puntigliosamente dal momento dell’acquisizione procedendo anch’esso con la catalogazione informatica, la digitalizzazione e il ricondizionamento. Rimane ancora da indagare il piccolo nucleo di positivi conservati presso la Galleria d’Arte Moderna che in ogni caso appaiono, in base a una prima ricognizione, riconducibili ai temi e alle modalità operative di Dall’Armi: riproduzioni di opere d’arte, vedute cittadine, ritratti e fotografie industriali, trattati in maniera così sistematica da permettere di ricollegare il negativo al positivo corrispondente. Questo procedere ordinato ha permesso di approfondire dettagli e ricostruire storia, datazione e luoghi proprio grazie al confronto tra esemplari, confronto che alla fine dello studio dovrebbe restituire il panorama completo dell’attività di Gian Carlo Dall’Armi.

Biografia di Gian Carlo e dello Studio Dall’Armi

Al pari delle vicende che hanno interessato i fondi fotografici, anche quelle biografiche sono alquanto movimentate e hanno richiesto attente ricerche. Gian Carlo Dall’Armi nasce a Trieste quando la città appartiene ancora all’impero asburgico e, contrariamente a quanto creduto sinora (Reteuna, 1998), in data 19 settembre 1880, come riportato dalla scheda anagrafica del Comune di Torino. Dopo essersi diplomato al ginnasio Comunale di Trieste, lavora prima alla Banca Popolare di Trieste (1900-1904) e poi presso la sezione Zuccheri della Ditta R. Currò & Figli (1905-1906), sempre a Trieste. Entra alla Banca Commerciale Italiana il 26 giugno 1906 presso la sede di Torino, prima all’ufficio corrispondenza e poi all’ufficio saldaconti filiali. Esce dalla Comit il 5 ottobre 1909.

Dunque, Dall’Armi e la madre vedova emigrano a Torino nel 1906; con loro è verosimile che arrivi anche la prima moglie Eleonora Pia Seccardi, friulana di Arta, come risulta dalla relativa scheda anagrafica. Gian Carlo apre il primo studio in via Accademia Albertina 5 nel 1909. Nello stesso anno viene accolto nel Club dell’Arte e premiato più volte. I suoi scatti compaiono sulle riviste di settore sino alla morte e anche dopo: si ricordano le pubblicazioni sul «Bollettino del Club dell’Arte», «La Fotografia Artistica», «il Corriere fotografico» e «Luci ed Ombre» oltre alle numerose e premiate partecipazioni a competizioni di settore come il Concorso Nazionale di Fotografia di Milano (1909), l’Esposizione Fotografica della Società Filarmonica di Casale Monferrato (1909), l’Esposizione Universale di Torino (1911), la prima Esposizione internazionale di fotografia ottica e cinematografia di Torino (1923). Nel 1911, in concomitanza con l’Esposizione, lo studio viene trasferito in via Po 20 e a tale indirizzo rimane sin dopo la morte, nel luglio 1928. La presenza di Dall’Armi a Torino è documentata dal censimento del 1921 secondo cui risulta residente in via Cibrario con la moglie e la madre fino al 1925, quando emigra a Milano: una carta intestata reperita tra le lastre e le iscrizioni su alcuni supporti secondari dei positivi riportano l’indirizzo di via San Giovanni in Conca 6 (piazza Missori) e via Carlo Alberto 31. A partire da questo momento le vicende biografiche e professionali di Gian Carlo Dall’Armi si intrecciano con quelle di un’altra donna, Maria Giovanna Andrate. Nata a Torino il 31 ottobre 1896, si sposa nel 1920 con Cesare Bubbio; in seguito chiede l’annullamento del matrimonio e nel frattempo, il 17 giugno 1927, sposa a Budapest Dall’Armi, nel frattempo rimasto vedovo. Il relativo atto è registrato a Milano solo dopo la morte di quest’ultimo e l’annullamento della precedente unione. Dal 1929, Maria Giovanna risulta fotografa, con studio in via Po 20 e vedova di Dall’Armi. Poi a partire dal 1950 è indicata come Dall’Armi Maria, fotografie d’arte in via Po 37 e tale rimane con certezza sino al 1958. Maria Giovanna Andrate nel 1949 contrae un terzo matrimonio; muore a Torino nel 1981.

Tematiche e procedure di lavoro

L’analisi delle lastre affiancata allo studio delle vicende personali consente di comprendere più a fondo il percorso formativo, culturale e professionale di Gian Carlo Dall’Armi, completando e arricchendo i nudi dati biografici con informazioni altrimenti non accessibili. In mancanza di un archivio personale, non si conosce il momento preciso in cui egli cominci a praticare la fotografia, ma è certamente durante la giovinezza triestina che se ne appassiona. La prima immagine datata appartiene a un gruppetto di lastre scattate in montagna e riporta l’iscrizione: «Valle del But ([...] della val d’Incarsio, l’Amariana, San Pietro e in distanza il ponte di Zuglio e Arta). Lumière pancromatica & Burchett II full f/11 o f/16, 1 sec. Aria Limpida Piano d’Arta (vall’Albergo [...]) 15-30 Luglio 1901 ore 16 circa». L’autore fornisce quindi informazioni dettagliate non solo relative alla stampa, abitudine che mantiene per tutta la vita, ma anche in merito al momento dello scatto, uso in seguito non più documentato. La didascalia è particolarmente interessante anche perché cita il paese di Arta di cui è originaria la prima moglie. Un altro piccolo gruppo di negativi contenuto in una scatola originale intitolata «Disappearing Trieste» ha fornito ulteriori informazioni. L’osservazione dell’abbigliamento dei personaggi ritratti consente di far risalire le fotografie ai primissimi anni del Novecento. Avvalora tale ipotesi una lastra con etichetta originale ancora applicata sul lato vetro recante l’iscrizione «via Donota dalla via Seminario 12.4.04 ore 12 1/2».

L’interesse dell’autore è prevalentemente rivolto alla città e alla sua vita, senza alcuna ricerca formale. Così, accanto alle imperdibili vedute tradizionali, si trovano scatti apparentemente casuali, prove di ritratto, paesaggi e i “disappearing” dettagli triestini che mostrano anzitempo l’amore per i particolari architettonici protagonisti dei futuri lavori sul Barocco piemontese.

Prima del trasferimento a Torino, dalle lastre emergono le tracce di un viaggio a Firenze finora altrimenti ignoto. Un’immagine riporta sulla mascheratura ai bordi l’iscrizione a matita: «Galleria Uffizi Tribuna Venere giacente, Tiziano Firenze 10 Giugno 1903». La riproduzione di opere d’arte, di cui questo pare essere il primo scatto documentato, è un interesse costante nell’intera produzione di Dall’Armi; altre fotografie, panorami e vedute particolari, testimoniano il viaggio toscano pur in assenza di informazioni testuali; è però verosimile che esse siano state scattate nella stessa circostanza anche perché sempre conservate insieme.

Quando Dall’Armi arriva a Torino come emigrato dall’impero austro-ungarico è dunque un giovane già in possesso di significative competenze in campo fotografico che gli permettono di aprire lo studio di via Accademia Albertina. Ma è soprattutto il 1911 l’anno di svolta nel suo lavoro. Accanto all’innegabile talento occorre considerare il favorevole momento storico in cui si trova Torino quando egli comincia a operarvi. Dopo lo shock subito nel 1864 con il trasferimento della capitale a Firenze, l’abbandono della corte e la conseguente crisi occupazionale e d’identità, la città «che lavora e che pensa», come bene la definisce Vittorio Bersezio (1880), si è rimboccata le maniche e cerca una nuova vocazione alternativa a quella amministrativa. Così tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo nascono fabbriche come la Fiat e le Officine Savigliano, scuole per le alte professionalità come il Reale Politecnico di Torino, risultato della fusione fra la Scuola tecnica di ingegneria e il Museo Industriale, eventi e manifestazioni di rilievo come le Esposizioni del 1884 e del 1898. Insomma, Dall’Armi si installa in una città in piena crescita culturale, scientifica ed economica e desiderosa di riscatto: il clima vivo e fecondo e il patrimonio architettonico e storico-artistico non possono che essere di forte stimolo, senza dimenticare il ruolo di capitale italiana della fotografia che la città si era guadagnata in quei decenni (Cavanna, 1999).

Così, ricercando tra i negativi, pare di ravvisare una sorta di percorso nel lavoro di Dall’Armi dal suo arrivo a Torino sino al trasferimento a Milano e alla morte. I primi anni torinesi sono quelli della curiosità, della scoperta della città e dei suoi dintorni: come per Trieste si trovano scatti talvolta intenzionali talvolta casuali, ritratti ‘rubati’ di persone a passeggio, scorci che colpiscono e che l’autore vuole fermare sulla gelatina. Non mancano le uscite fuoriporta come mostrano le immagini di Vezzolano, della Val di Susa, della Valle d’Aosta, della Liguria e della Lombardia. In tutti i casi l’interesse principale è già il dettaglio storico-artistico che più avanti diviene il soggetto preferito quando non unico della sua attività. Si conservano peraltro anche vedute montane e panorami, benché questi ultimi siano più frequenti nelle serie dedicate a Torino. Ma Dall’Armi trova nella città un inesauribile serbatoio di immagini anche nei campi della moda, della confetteria, dell’industria, dello sport, del cinema e del teatro. Dell’aspetto urbanistico coglie gli aspetti più e meno conosciuti: il ponte Umberto I con il monte dei Cappuccini sullo sfondo, la Gran Madre, la sede della Società Canottieri Cerea, il palazzo delle Finanze di corso Vinzaglio, ritratto nella ben nota immagine del 1915. Il suo lavoro costituisce quindi un documento unico e prezioso della Torino di inizio secolo; nei suoi scatti vengono ritratti anche ambiti urbani oggi irrimediabilmente perduti.

Ormai noto nell’ambiente della fotografia torinese, Dall’Armi non si lascia sfuggire la grande occasione dell’Esposizione Universale del 1911: la città che ha indagato con curiosità e passione vive un momento di gloria internazionale. Egli partecipa all’Esposizione in doppia veste: da un lato espone nella mostra di fotografia e nel collegato concorso internazionale 14 immagini tra ritratti e riproduzioni di opere d’arte, dall’altro opera come reporter. Dario Reteuna riferisce di diciotto scatti relativi a sette padiglioni pubblicati in parte sulla rivista «La Fotografia Artistica» (Reteuna, 1998). Il fondo di negativi ne ha sinora purtroppo rivelati solo sette, qui integralmente riprodotti. Oltre a queste, è venuta alla luce anche la fotografia del gonfalone della città di Torino creato proprio in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia e impiegato per la prima volta nel 1911, come si legge sul «Bollettino dell’Esposizione»: «Il pittore Giulio Casanova con squisito senso d’arte ed in seguito a speciali ricerche storiche, ha disegnato il primo gonfalone della città di Torino [...] Il gonfalone, ricamato insuperabilmente dalla Signora Gaudina, è ora uno dei più belli ornamenti della Sala centrale del Padiglione della Città di Torino». La lastra riporta l’iscrizione autografa indicante soggetto, data e nome del pittore.

Dopo l’Esposizione la sua fama e l’attività sono ormai in ascesa e Dall’Armi può contare su numerosi committenti nel mondo industriale e produttivo di Torino. Ad esempio, tra le lastre sono state reperite le immagini della pasticceria Moriondo e Gariglio, del mobilificio Valabrega, della pellicceria Rivella, oltre a imprese fuori dal territorio cittadino ma dal forte radicamento torinese come la Cinzano di Santa Vittoria d’Alba. Quello della Cinzano è un caso di committenza importante: viene realizzato un ricco album fotografico, certamente in più esemplari, dove sono documentate tutte le fasi di lavorazione dello spumante, gli stabilimenti, gli edifici amministrativi, le maestranze. Di esso, l’Archivio Storico della Città conserva sia i negativi su lastra, sia l’album completo. Mentre i negativi sono stati oggetto del lavoro sopra descritto, l’album è stato schedato e digitalizzato nel progetto di censimento degli archivi d’impresa del Piemonte.

Le immagini del mondo industriale e produttivo sono numerose nell’opera di Dall’Armi. Alcune di esse rispondono certamente a precise richieste della committenza, come nel caso appena citato; altre mostrano un gusto decisamente personale nella scelta dei soggetti, del taglio, dei particolari enfatizzati. Così, senza che si possa giungere a parlare di fotografia sociale in senso proprio (Falzone del Barbarò, 1991), i soggetti scelti mostrano un particolare interesse per l’elemento umano e per gli aspetti simbolici dell’attività produttiva: gli operai al lavoro su macchine imponenti, la delicata perizia della vetraia, la forza del fuoco e la potenza creatrice dello scultore. La tecnica impiegata nella realizzazione di queste immagini non è priva di relazione con la scelta dei soggetti: la gelatina ai sali d’argento è utilizzata non solo per lo scatto del negativo ma anche per la stampa dei positivi corrispondenti e conferisce una lucentezza metallica e una freddezza di toni in perfetto accordo con i temi dell’industria, della macchina, del progresso e della modernità. E nonostante che essa sia impiegata anche nei paesaggi, questi vengono invece stampati su carte all’albumina sfruttandone le naturali dominanti calde per dare all’immagine il caratteristico tono pittorialista.

Dalla mole di negativi dedicati al mondo della produzione si è scelto un campione relativo a due realtà note nella Torino dei primi del 1900 la cui storia non è stata ancora indagata a fondo: la fabbrica «Proiettili» e la sartoria La Merveilleuse. Tali nuclei ben rappresentano due anime dell’economia torinese del tempo, l’industria pesante e la moda di cui la città è capitale indiscussa, e offrono una vivida testimonianza del lavoro di donne e ragazzi.

Due casi esemplari: la Fabbrica Proiettili e la Merveilleuse

La Società Anonima Italiana per la fabbricazione dei Proiettili nasce nei primi mesi del 1910 (Colonnetti, 1918) e l’anno successivo risulta attiva in via Caserta 59 presso il canale del Martinetto. Nel 1916 l’azienda appare in espansione, certamente a causa dello sforzo bellico, come testimonia un progetto edilizio di ampliamento dei capannoni. In tale documento la società viene indicata come Società italiana fabbricazione proiettili. Fiat-Sez. Ferriere Piemontesi e l’indirizzo di riferimento è ora corso Mortara 7, nelle immediate vicinanze. Tuttavia sulle guide ufficiali della città la ragione sociale rimane invariata. Nel 1919 nasce la Società di mutuo soccorso d’ambo i sessi tra operai «Proiettili»; l’anno successivo la sede dell’azienda viene trasferita in corso Galileo Ferraris 23 e nel 1921 scompare dalle guide. Sopravvive invece la Società di mutuo soccorso d’ambo i sessi ora denominata tra ex-operai «Proiettili». Nella citata pubblicazione (Colonnetti, 1918), benché il nome della fabbrica sia indicato correttamente nel frontespizio, esso viene anche abbreviato in «Proiettili», come fa lo stesso Dall’Armi sulle scatole di conservazione delle lastre; poiché appare evidente che le fotografie conservate presso l’Archivio, e qui in parte presentate, sono le medesime impiegate per il libro e l’allegato portfolio, è verosimile che esse siano state commissionate proprio a tal fine. Appare peraltro singolare che, mentre vengono ringraziati i disegnatori che contribuiscono a illustrare il testo, il nome del fotografo non sia mai citato. Tale pubblicazione permette inoltre di anticipare la cronologia attribuita in precedenza a queste fotografie in un lavoro in cui d’altro canto le datazioni paiono in genere approssimative come dimostra, ad esempio, il fatto che si sostenga che Dall’Armi sia attivo sino al 1940 mentre muore nel 1928 (Falzone del Barbarò, 1991). Immagini simili sono presenti in gran numero nel fondo Dall’Armi ma non tutte sono relative all’azienda torinese: le lastre infatti illustrano anche l’attività di una fabbrica analoga a Cogoleto, nel Genovese.

Su un altro versante economico, il settore della moda e della sartoria di lusso impiega una gran parte della manodopera femminile, benché questa sia utilizzata anche nell’industria pesante in maniera sempre più significativa via via che ci si avvicina alla guerra. L’Esposizione del 1911 decreta il primato italiano di Torino ormai considerata capitale della moda: il padiglione a essa dedicato costituisce uno dei principali punti d’interesse dei visitatori. Molte sono le case di moda e gli atelier che nascono a Torino nei primi anni del Novecento e con essi la storica e un po’ stereotipata figura della sartina, spesso in realtà una giovanissima lavoratrice sottoposta a ritmi massacranti (Bondi, 2009). La Merveilleuse fu per Torino un simbolo prima che una sartoria e il suo nome continua ancor’oggi a essere sinonimo della classe e del buongusto subalpini. Presente sulle guide Marzorati con il nome di A La Merveilleuse a partire dal 1915, essa ha già una succursale in via Andrea Doria 5. Poiché il fondatore Giuseppe Tortonese è annoverato tra i sarti attivi a Torino a partire dal 1912, in via Garibaldi 38, si può far risalire la nascita della sartoria a quell’anno o addirittura al 1911, come narrato nel volume La Merveilleuse compie 50 anni del noto disegnatore, giornalista e umorista Gec, al secolo Enrico Gianeri (1961), e come può lasciar intendere la presenza della madre di Giuseppe, Rosa Formica, tra i consiglieri della Società di Mutuo Soccorso delle Mastre e Lavoranti Sarte già negli anni precedenti. In particolare, nella pubblicazione celebrativa si definisce il 1911 come l’anno della camicetta, prodotto di punta della maison: l’abbigliamento delle signore eleganti dell’epoca è composto da cappelli a tesa larghissima e molto decorati, gonne strette e alquanto corte (sopra la caviglia) a imitazione della jupe-culotte di moda a Parigi in quella stessa stagione. Il nome dell’azienda deriva forse proprio dalle bluse à la merveilleuse diffusesi in Francia durante la rivoluzione; a causa dell’autarchia linguistica, a metà degli anni trenta la ragione sociale deve però cambiare e diventare semplicemente Tortonese. Con gli anni la produzione si allarga al prêt-à-porter e nel 1919 vengono aperte le succursali di Roma e Napoli e poi anche di Milano e Firenze.

Dall’Armi fotografo d’arte e d’architettura

Anche a causa della prima guerra mondiale, Dall’Armi sposta gradualmente l’attività verso la riproduzione di opere d’arte, assecondando una passione mostrata sin dai primi anni. La maggior parte dei negativi conservati è dedicata a questo aspetto del suo lavoro: le carte di conservazione riportano soggetto, autore e spesso data dello scatto, indicazioni per la stampa e museo o galleria ove l’opera è conservata. Benché non siano oggetto di questo studio, è opportuno citare i frutti di tanta applicazione, la pubblicazione sul Barocco Piemontese e le analoghe serie editoriali dedicate a luoghi o monumenti particolari come, ad esempio, quella sull’Abbazia di Vezzolano. L’opera sul Barocco ha un notevole successo, almeno a giudicare dalle copie ancora presenti nelle collezioni cittadine, nonostante che negli ambienti accademici questo periodo storico-artistico e in particolare la produzione di Guarino Guarini vengano proprio in quegli anni criticati in termini assai negativi (Toesca, 1911). Se si eccettua il lavoro dedicato alle opere d’arte, nell’ultimo periodo l’attività torinese dello Studio Dall’Armi è rivolta principalmente alla ritrattistica.

Rimane ancora molto da indagare sull’attività di questo fotografo, in particolare i rapporti con la committenza: anzitutto la famiglia Gualino di cui si conservano non solo i noti ritratti con il cagnolino Toy, ma anche un nucleo di riproduzioni di opere molto probabilmente parte dell’importante collezione d’arte; così come la famiglia Agnelli, di cui si conosce un album di scatti realizzati a Villar Perosa che oggi fa parte del lotto conservato presso la Galleria d’Arte Moderna di Torino. E poi ancora: le riproduzioni di opere d’arte che conducono il fotografo in pellegrinaggio per musei e gallerie, l’ultimo periodo milanese e il primo a Trieste; infine l’autonoma e interessantissima attività di Maria Giovanna Andrate, caso non raro di moglie rimasta nell’ombra ma protagonista al pari del marito e altrettanto meritevole di essere studiata e valorizzata.

A cura di Barbara Bergaglio

Bibliografia

1880 Vittorio Bersezio, Torino, Torino: Roux e Favale.

1911 «Bollettino Ufficiale Dell’Esposizione Internazionale di Torino», II, n. 25, 27 luglio.

1911 Catalogo ufficiale illustrato dell’Esposizione e del Concorso Internazionale di fotografia, Torino.

1911 Guida di Torino commerciale ed amministrativa, Torino: Paravia.

1911 Guida Ufficiale della Esposizione Internazionale. Torino: Stabilimento Tipografico dott. Guido Momo.

1911 «La Fotografia Artistica», VIII, nn. IV-VII.

1911 L’Esposizione di Torino 1911, Torino: Stabilimento tipografico dott. Guido Momo.

1911 Pietro Toesca, Torino, Bergamo: Istituto italiano d’arti grafiche.

1918 Gustavo Colonnetti, Proiettili, Milano: Ulrico Hoepli Editore

1920 Gian Carlo Dall’Armi, Illustrazione fotografica d’arte antica in Italia. Il Barocco Piemontese. Soggetti architettonici ricercati e scelti da Gian Carlo Dall’Armi e corredati di notizie storiche e illustrative. Torino: Edizione G.C. Dall’Armi.

1936 Gino Pastore, Cenni storici sul gonfalone della Città di Torino, in «Torino», XVI, n. 8, agosto.

1961 Enrico Gianeri, La Merveilleuse compie 50 anni, Torino.

1976 Torino 1920–1936. Società e cultura tra sviluppo industriale e capitalismo, Torino: Edizioni Progetto.

1984 Politecnico di Torino Dipartimento Casa Città, Beni Culturali e ambientali nel Comune di Torino, Torino: Società degli Ingegneri e degli Architetti.

1990 Marina Miraglia, Culture fotografiche e società a Torino, 1839-1911. Torino: Allemandi.

1991 Michele Falzone del Barbarò, Italo Zannier (a cura di), Fotografia luce della modernità: Torino 1920-1950: dal pittorialismo al modernismo, Firenze: Alinari, 10 ottobre-17 novembre, catalogo della mostra, Torino.

1998 Dario Reteuna (a cura di), Primario Studio. Da Dall’Armi a Cagliero sessant’anni di vita a Torino, Torino: Fondazione Italiana per la Fotografia, 18 dicembre 1998–24 gennaio 1999, catalogo della mostra.

1999 Pierangelo Cavanna, Fotografi torinesi, in Itinerari fra le carte, a cura di Guido Gentile e Rosanna Roccia, Torino: Archivio Storico della Città.

2000 Luciana Manzo (a cura di), Architetture barocche fotografate da Gian Carlo Dall’Armi, Torino: Archivio Storico della Città, 18 settembre–7 dicembre, catalogo della mostra.

2004 Luciana Manzo, Fulvio Peirone (a cura di), Un’Antologia per immagini, Torino: Archivio Storico della Città, 15 aprile–17 settembre, catalogo della mostra.

2006 Anthony L. Cardoza, Geoffrey W. Symcox, Storia di Torino, Torino: Einaudi.

2007 Riccardo Gualino, Frammenti di vita, Torino: Nino Aragno.

2010 Anna Bondi (a cura di), Moda negli anni venti: il guardaroba di una signora torinese, Caraglio: Edizioni Marcovaldo.