AZ Arturo Zavattini fotografo. Viaggi e cinema 1950-1960

Data / Ora
05/12/2015 - 28/03/2016
Tutto il giorno

Luogo
Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari
Piazza Guglielmo Marconi, 8/10
Roma


a cura di Francesco Faeta e Giacomo Daniele Fragapane

Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari
Piazza Guglielmo Marconi, 8/10 – Roma

5 dicembre 2015 – 28 marzo 2016

Inaugurazione: 4 dicembre 2015 ore 18:00

Mostra Arturo Zavattini
Una mostra ideata e curata da Francesco Faeta e Giacomo Daniele Fragapane, realizzata dall’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia/Museo Nazionale Arti e Tradizioni Popolari – MiBACT, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina (Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne), l’Archivio Cesare Zavattini, Roma, con il patrocinio delle associazioni AISEA (Associazione Italiana di Scienze Etno-Antropologiche), ANUAC (Associazione Nazionale Universitaria degli Antropologi Culturali), SIMBDEA (Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici), SISF (Società Italiana di Studi sulla Fotografia). La mostra è patrocinata dalla Direzione Generale per il Cinema del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Sinossi

Questa mostra presenta 178 fotografie in bianco e nero di Arturo Zavattini riguardanti un arco temporale che va dal 1950 al 1960. Costituiscono, nell’insieme, un’ampia selezione di quanto presente nell’archivio del fotografo, regesto significativo della sua produzione che comunica all’osservatore, con immediatezza e chiarezza, le idee della fotografia e della realtà che egli custodì, e la sua postura intellettuale, in anni di intensa e complessa vicenda culturale italiana.

Benché le immagini iniziali di Zavattini, nate nello straordinario crogiolo di presenze e idee che gravitava attorno a suo padre Cesare, nella casa (laboratorio e studio) di Via Santa Angela Merici, in Roma, possono essere datate al 1950, è con la partecipazione alla inaugurale spedizione scientifica effettuata da Ernesto de Martino a Tricarico, in Lucania, nel giugno del 1952, che abbiamo una prima serie sistematica di fotografie, utili nel documentare il Mezzogiorno italiano in quegli anni e indispensabili nel ricostruire la vicenda dell’etnografia visiva del grande antropologo.

Da quel momento, la macchina fotografica segue costantemente Zavattini, compagna di viaggio e taccuino di appunti, sia nei suoi spostamenti personali, sia nei momenti di riposo o di pausa durante le riprese dei film, con attenzione particolare per la realtà etnografica, prima ispiratrice delle sue immagini, e per la realtà sociale, quale veniva riverberata nel complesso movimento di cultura politica, letteraria, artistica e visiva noto come Neorealismo. Zavattini, però, mantiene una cifra intellettuale e figurativa meno pesante, ideologica e gridata, rispetto al grande movimento coevo e la sua produzione sembra inscriversi dentro le linee di un più pacato realismo etnografico, distinto da grande attenzione alla vicenda umana (in particolare a quei “bambini [che] ci guardano”, scaturiti dalla fantasia del padre sceneggiatore e di Vittorio De Sica), da una più libera costruzione figurativa, da un’attitudine a vedere la strada e la sua vicenda, in modo assieme sicuro e leggero.

Una selezione indicativa del lavoro complessivo realizzato da Zavattini con de Martino, già visto in altre occasioni espositive e oggetto di attenzione critica da parte degli studi di settore, costituisce la prima sezione di questa mostra e appare nella prima sala, con il titolo Viaggio in Lucania. Nella seconda sala, invece, sono esposte le altre quattro sezioni che comprendono fotografie eseguite nel decennio preso in considerazione, tutte inedite (salvo sporadiche apparizioni sulla stampa quotidiana e periodica).

La seconda sezione, dunque, dal titolo Viaggi in Italia, è organizzata come un ideale itinerario dal nord al sud, con alcuni scivolamenti offerti da associazioni di senso logico o di carattere formale, e pone assieme immagini scattate durante tutto il decennio, in tempi diversi. Centrali appaiono le osservazioni relative a Roma e Napoli, ma sono numerose le città e contrade italiane che vengono fotografate con un occhio attento, consapevole, socialmente impegnato; ne scaturisce un ritratto complessivo del Paese, di rilevante pregnanza culturale e visiva.

La terza sezione, dal titolo Viaggio in Thailandia, comprende le immagini riprese da Zavattini a Bangkok e nella provincia di Phetchaburi, all’estremità nord della penisola malese, in particolare lungo l’omonimo fiume e i suoi canali, nel 1956, nei ritagli di tempo lasciati dalle riprese del film La diga sul Pacifico di René Clément, tratto dal romanzo di Marguerite Duras, uscito nel 1957. Film girato con un largo coinvolgimento della produzione italiana (De Laurentis, Cinecittà) e con l’impiego di operatori e fotografi italiani (Otello Martelli, Goffredo Bellisario, oltre lo stesso Zavattini, che partecipò come assistente operatore). Le fotografie documentano aspetti contrastanti della vita del Paese, con una doppia focalizzazione sulla dimensione urbana della già degradata e difficile capitale, con ampi riferimenti alla commistione tra tradizione e mutamento e tra cultura thai e culture cinesi, e sulla dimensione rurale delle campagne e dei villaggi posti a sud-ovest di Bangkok. Si tratta di immagini rare, di particolare acutezza antropologica, che si pongono tra le prime realizzate da un Italiano nel Paese dell’estremo Oriente, durante l’immediata transizione post-coloniale che attraversava l’intera area indocinese.

La quarta sezione, dal titolo Viaggio a Cuba, mostra le immagini fatte nel 1960 nell’isola, poco dopo la rivoluzione castrista, a margine delle riprese del film Historias de la revolución di Tomás Gutierréz Alea, cui gli Italiani, e in particolare Martelli (direttore della fotografia di due dei tre episodi di cui il film si componeva) e Zavattini (operatore alla macchina negli stessi episodi), partecipavano a sostegno della nascente cinematografia, priva di mezzi e di esperienze. Sono realizzate soprattutto a La Habana e sul set del film, posto in una località impervia della Sierra Maestra. In quell’occasione lì giunse, in visita cordiale, Ernesto “Che” Guevara, che allora ricopriva importanti incarichi nell’attività di governo politico e sociale di Cuba e si apprestava a divenirne Ministro dell’Industria e dell’Economia. Il suo sopralluogo è documentato nelle immagini, coeve rispetto a quelle più conosciute di Alberto Díaz Gutiérrez, noto come Alberto Korda, e non meno efficaci di quelle, comprese nella sezione seguente, che chiudono la mostra (l’ultima di tali immagini, di Martelli, ritrae proprio Guevara e Zavattini che discutono assieme di macchine fotografiche).

La quinta sezione, dal titolo Backstage, raccoglie le immagini create in tempi diversi lungo l’arco del decennio, in alcuni dei set cui Zavattini partecipò, a volte a lato e a margine dell’intensa attività culturale paterna, da quello di Paul Strand a Luzara, in Emilia, per la realizzazione della nota inchiesta che trovò esito editoriale nel libro Un paese, a quello di Federico Fellini per La dolce vita, a Bassano di Sutri, nel Lazio, a quello, appunto, di Historias de la revolución, sulla Sierra cubana. Molte di queste fotografie raffigurano, con ironia e divertita partecipazione, personaggi quali Strand e Fellini, Vittorio De Sica, Cesare Zavattini, Marcello Mastroianni, Sofia Loren, colti per lo più nei momenti di pausa durante le riprese cinematografiche o fotografiche, ma tutte, nel loro complesso, documentano comunque un contesto culturale irripetibile, una funzione e un ruolo della cultura italiana attenuato negli anni seguenti.

I cinque capitoli, dunque, si pongono come invito a rileggere aspetti importanti e peculiari della vicenda culturale e sociale degli anni Sessanta, a scoprire un autore importante della fotografia italiana dell’epoca, a riflettere sulle ragioni profonde del suo realismo e sulla cornice teorica offerta al realismo dalla pratica etnografica, a ripensare gli angusti limiti teorici e storiografici dentro cui è sovente serrata la fotografia italiana.

Francesco Faeta

Schivo al punto da apparire talvolta enigmatico, Arturo Zavattini può essere definito un non-autore: non ha mai operato per promuovere le proprie immagini, si è anzi perlopiù nascosto, considerando cosa avrebbe potuto fare provenendo da quel mondo culturale e artistico. La fotografia, confessa, “è stata un modo per osservare e appassionarsi alle cose”, e la camera oscura “era come un’alcova” in cui consumare tale passione. Più che una forma di espressione individuale, di manifestazione del sé, la fotografia è per Zavattini un modo di partecipare, di posizionarsi rispetto alla realtà, nelle sue implicazioni sociali, culturali, politiche.

Giacomo Daniele Fragapane

Catalogo

Contrasto, Roma, novembre 2015, a cura di F. Faeta e G. D. Fragapane, con testi di Pietro Clemente, Emilia De Simoni, Francesco Faeta, Giacomo Daniele Fragapane, Maura Picciau, Claudio Piersanti.