Alinari ieri e domani

È ormai questione di settimane se non di giorni.

Si sta avvicinando la data in cui Alinari Idea, la più antica ditta fotografica al mondo (Firenze, 1852), dovrà abbandonare il palazzo costruito dal fondatore, Leopoldo Alinari, 156 anni fa. Oltre a questa perdita, dolorosa non solo per il significato simbolico, ma anche perché il palazzo era a suo modo un monumento di “archeologia industriale”, c’è il problema rilevante del destino del patrimonio fotografico accumulato negli anni: un immenso archivio che comprende oltre cinque milioni di fotografie, senza considerare tutti i reperti storici e l’oggettistica, talvolta con pezzi unici nel genere.

La proprietà ha già venduto il palazzo, a investitori privati, e ha dichiarato di essere disposta a vendere anche il complesso dei fondi fotografici posseduti (sotto vincolo della Soprintendenza archivistica dalla fine del 2018) preferibilmente a un ente pubblico. La Regione Toscana, interpellata in proposito, nella persona del Presidente Enrico Rossi ha dichiarato un suo interesse; ma essendo al momento la trattativa ancora agli inizi, e il palazzo dovendo essere liberato, i fondi fotografici saranno portati “temporaneamente” in un deposito nei pressi di Firenze.

Generalmente vista con favore, perché rassicurante rispetto ai rischi di dispersione o di inaccessibilità del patrimonio, questa soluzione è però contestata da alcuni, che vedrebbero come più appropriato un acquisto da parte dello Stato, per destinarlo alla Biblioteca Nazionale di Firenze, paragonandone il valore a quello di una grande raccolta di incunaboli o di cinquecentine, e osservando che le competenze istituzionali relative alla conservazione e tutela sarebbero propriamente dello Stato, mentre la Regione potrebbe più utilmente impiegare le sue risorse in altri settori più congrui con le sue responsabilità amministrative, come ad esempio la Sanità.

La situazione è quindi ancora molto aperta, e l’emergere di posizioni di questo genere, in cui le questioni di carattere istituzionale e amministrativo sembrano divenire prevalenti, rende necessario tentare di riportare la questione soprattutto nell’orbita del dibattito culturale.

Cercheremo quindi di evidenziare alcuni punti, molto schematicamente. Il primo è il “valore” degli Archivi Alinari oggi.

La prima cosa da considerare, rettificando in parte il tono prevalente nei titoli sulla stampa e sui media, è che la crisi attuale è forse la più grave nella storia degli Alinari, ma non ha finora portato al fallimento o alla chiusura della ditta stessa, né alla dispersione del patrimonio. Ha però portato a una ipotesi di vendita del patrimonio fotografico, e anche a una sua valutazione in termini monetari (10-12 milioni di euro), come base dipartenza condivisibile per le parti interessate. A parte che già questa è una operazione abbastanza straordinaria per rilevanza a livello mondiale, a renderla un caso eccezionale e meritevole di una attenta riflessione anche per le sue implicazioni culturali c’è il fatto che l’attuale proprietà intenderebbe però vendere non la ditta, e neppure il patrimonio fotografico nella sua assoluta integrità, ma il patrimonio fotografico “materiale” conservato finora presso la sede storica di Largo Alinari, riservandosi i diritti di commercializzazione e vendita delle circa 250.000 immagini fotografiche digitalizzate (sui circa 5 milioni totali) nel corso dei decenni precedenti.

Un altro punto importante è la stratificazione storica degli Archivi. A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che gli Archivi Alinari sono una realtà storicamente stratificata e composita. Gli Alinari, assieme all’altra ditta fiorentina, Brogi, e alla romana Anderson, con cui strinsero un “trust” nel 1904, fotografarono sistematicamente il patrimonio artistico, paesaggistico, monumentale del nostro paese.

Lo fecero consapevolmente, rivendicando un loro ruolo “politico” nella diffusione dell’immagine della cultura e dell’arte italiana all’estero. Per circa un secolo, dagli anni Cinquanta dell’Ottocento fino al secondo dopoguerra, tutti gli istituti scolastici e universitari, le fototeche, gli studiosi, le persone colte o i semplici studenti che volevano studiare la storia dell’arte, in tutto il mondo, fecero ricorso alle loro fotografie per conoscere (secondo lo “stile” Alinari) l’arte classica e rinascimentale italiana. Questo modello culturale-imprenditoriale sopravvisse alla prima crisi economica della ditta, durante la prima guerra mondiale, ad una più lieve, dopo la crisi del 1929, e a una terza, nel 1957. Nel primo caso Alinari passò a una cordata di aristocratici toscani, guidata dal barone Ricasoli; nel secondo caso si ebbe una iniezione di capitali da parte dell’Iri; nel terzo caso un nuovo passaggio di proprietà, al senatore Vittorio Cini, che portò all’acquisto di una serie di archivi di altri fotografi editori italiani, in particolare di Brogi e Anderson. Il modello cambierà invece nella successiva crisi a metà degli anni settanta. In quella occasione la proprietà passa alla famiglia Zevi, milanese.

Il mercato ormai cerca le riproduzioni a colori e l’archivio delle lastre in bianco e nero perde valore; ma Filippo Zevi, assieme all’assessore del Comune di Firenze Franco Camarlinghi, nel clima di rinnovamento politico culturale seguito alle elezioni amministrative del 1975, promuove la grande mostra del 1977 a Forte Belvedere che ha un eccezionale successo (600.000 visitatori paganti e oltre 100.000 copie dell’importante catalogo vendute). Questo evento segna un cambiamento nel gusto comune verso la fotografia d’epoca, a sancirne una straordinaria diffusione, e un cambiamento netto di strategia della ditta, che valorizza il suo archivio in funzione storica, memoriale e documentativa. Dopo il primo momento di euforico e straordinario successo subentra una nuova crisi, che per la prima volta porta alla vendita di una parte dello storico palazzo, e poi alla acquisizione da parte della famiglia De Polo di Trieste (1982). Il commendator Claudio De Polo cambia nuovamente il modello culturale-imprenditoriale, inaugurando una nuova strategia, analoga a quella pressappoco contemporanea di Corbis e Getty negli Stati Uniti: acquista sistematicamente fondi fotografici in Italia, ma anche moltissimo in Europa e in altri paesi, e gradatamente provvede a digitalizzarli, rivendendo poi l’uso delle copie digitali per mostre e pubblicazioni. Crea anche un Museo Nazionale Alinari della Fotografia (2006), e organizza una serie molto ampia, regolare e importante di esposizioni, sia sui propri materiali (ormai più di 5 milioni), sia su quelli in concessione e gestione, che nel 2008 valuta attorno ai 40 milioni di fotografie complessive (per avere un termine di paragone, alla stessa data Corbis, azienda del proprietario di Microsoft, ne dichiarava 90 milioni).

Il patrimonio di cui si sta trattando ora la vendita è questo, fra pubblico e privato, fra istituti centrali e territoriali, fra originale e digitale ed è evidente che pone problemi complessi. Sul piano tecnico innanzitutto. Il fondo di lastre negative in vetro ottocentesche è unico, è la memoria storica dell’arte italiana, ma è anche delicato, come del resto la straordinaria raccolta di dagherrotipi; altre parti, come la collezione di album, anch’essa unica al mondo per valore e varietà delle tipologie, impongono soluzioni tecniche particolari caso per caso. Sul piano amministrativo le scelte che a breve si devono compiere sembrano brutalmente semplici (si tratta di decidere prezzo di vendita, chi acquista e cosa acquista fra patrimonio materiale e digitale). Questa apparente semplicità lascia però in ombra la retrostante complessità e favorisce quella serie di approssimazioni, anche se rispondenti a un rudimentale senso comune, che sono circolate sulla stampa. Una riflessione sul senso di questa crisi, che non è una crisi solo degli Alinari, ma di un modello più generale (la stessa Corbis è stata recentemente venduta alla Visual China Group) è quindi necessaria, non solo per fornire elementi di conoscenza e di giudizio a chi dovrà poi gestire il domani degli Archivi Alinari, ma anche più in generale.

La Società Italiana per lo Studio della Fotografia (Sisf), composta da studiosi, fotografi, docenti universitari, curatori, conservatori, giornalisti, e altre figure del mondo della fotografia, ha espresso alla Regione Toscana un forte apprezzamento per la prospettiva di una acquisizione pubblica del patrimonio in grado di tutelarlo senza disperderlo e di garantirne l’accesso, ma anche una certa preoccupazione per il domani degli archivi Alinari.

La preoccupazione non riguarda le capacità e le qualità dei prossimi gestori, ma il fatto che il modello migliore da realizzare (nel nuovo assetto, sperabilmente collegato, di conservazione e valorizzazione) non è facile da individuare, proprio per l’eccezionalità del patrimonio. La Sisf sta organizzando un momento di confronto e riflessione pubblica per l’autunno. I temi in discussione, ora evidenziati dalla vicenda Alinari, sono in realtà ben presenti nel mondo della fotografia: il rapporto pubblico privato rispetto al valore, in trasformazione, del patrimonio; le relazioni, sul piano tecnico, ma anche economico e giuridico, fra gli archivi di originali e i repository digitali; il rapporto fra istituti centrali e realtà territoriali, e fra patrimonio storico e attività culturali correnti; la necessità di avvalersi di personale competente e specializzato in relazione alle specificità dei materiali; il ruolo di questo tipo di patrimonio in relazione alla ricerca e alla didattica, universitaria e non, nonché alle nuove pratiche “public”, a cominciare dalla “public history”; e infine una riflessione sul ruolo a livello internazionale della fotografia italiana.

Su tutto ciò, riteniamo sia importante cercare l’apporto di idee e di contributi di tutti, senza preclusioni né partiti presi, per l’obiettivo di disegnare un domani adeguato a quello che appare sempre più, proprio ora che è in crisi, un “pezzo” fondamentale del nostro patrimonio culturale, che ha a lungo rappresentato all’estero la memoria visuale del patrimonio storico-artistico, architettonico, paesaggistico e demo-antropologico nazionale.

luigi.tomassini@unibo.it
L. Tomassini insegna storia della fotografia all’Università di Bologna ed è presidente onorario della Società italiana per lo studio della fotografia.