Dall’archivio alla mostra. La Summer School SISF, una nuova esperienza di formazione per la fotografia

Tra il 13 e il 18 luglio 2015 a Pieve Tesino, in provincia di Trento e tra le montagne del Lagorai, presso la sede del Centro Studi Alpino dell’Università della Tuscia, si è tenuta la prima Summer School della Società Italiana per lo Studio della Fotografia (Sisf) in collaborazione con l’Università della Tuscia, l’Università di Bologna e l’ISIA di Urbino.

La Sisf è una rete di ricercatori italiani interessati allo studio della fotografia che mette insieme da una parte aree disciplinari diverse tra loro che insistono principalmente sul mondo dell’Università e delle Accademie di Belle Arti, dalla storia dell’arte alla storia contemporanea, dalle scienze sociali al diritto, dall’altra risponde ad ambiti e pratiche professionali molto differenti, dai conservatori ai curatori museali, dagli archivisti ai fotografi.

Con questa esperienza dedicata a L’archivio fotografico come rappresentazione del mondo per la prima volta la nostra associazione prova a rispondere a una domanda di formazione – la chimera vagheggiata dell’ “alta formazione” – culturale e sociale importante e, in parte, alla profonda crisi delle Istituzioni formative proponendo un’esperienza fuori dai canoni tradizionali, fuori dalle Università, fuori dalle Accademie di Belle Arti, fuori dalle scuole professionali, fuori dai Festival di fotografia e dai convegni universitari, innestando l’una sull’altra “culture”, “professioni”, “pratiche”. Ed è fondamentale – credo – ricordare quanto la fotografia storicamente in Italia sia vissuta sempre ai margini della formazione riconosciuta come “alta”: pochissime cattedre universitarie specifiche, spazi altalenanti all’interno delle Accademie di Belle Arti, alcune scuole professionali più vivaci e interessanti nelle grandi città.

Poco meno di trenta iscritti, selezionati tra cinquanta domande, secondo curricula articolati, eterogenei tra loro per provenienza geografica e culturale, per differenza biografica e anagrafica, tra i ventidue e i sessanta anni circa, comunque ad alta motivazione, oltre che di buonissima qualità, provenienza dagli archivi della città e dalle scuole professionali di fotografia, già laureati magistrali e quasi dottorandi. In ordine alfabetico Martina Alessandrini, Lorisa Andreoli, Paola Binante, Marilena Bonato, Angela Caputo, Lucia Cecere, Miryam Criscione, Elena Del Lungo, Ilaria Giovanna Doniselli, Michele Fucich, Guido Gerosa, Patrizia Giudicianni, Gabriele Gregis, Antonio Idini, Giulia Levi, Francesco Mariani, Martina Massarente, Arianna Massimi, Ilaria Montalenti, Anisia Novelli, Gabriele Gregis, Antonio Idini, Giulia Levi, Francesco Mariani, Martina Massarente, Arianna Massimi, Ilaria Montalenti, Anisia Novelli, Sara Orciari, Giuseppe Pazzaglia, Daniela Pera, Paola Sobrero, Francesca Strobino, Federico Vandone Dell’Acqua, Manuela Zugolo.

Dall’altra parte – per la verità non proprio dall’altra parte –una squadra organizzativa che fonde pratiche e culture, Monica Maffioli, Francesca Bonetti, insieme al sottoscritto e un gruppo di docenti molto diversi tra loro, rappresentanti di altrettanti mondi fotografici, rigorosamente in ordine d’apparizione, Franco Vaccari, Tiziana Serena, Luigi Tomassini, Silvia Paoli e Marco Capovilla, Roberta Valtorta e Lucia Miodini, gli archivi e gli archivisti del MART di Rovereto, Tiziana Macaluso, Carlo Eligio Mezzetti, Marina Miraglia, Serge Noiret, Giovanna Calvenzi e il supporto in esterno di Silvia Loddo. La settimana di formazione è stata intensa ed immersiva con un confronto a tutto campo che ha posto anche i docenti in condizione di apprendimento – lezione unica quella di Marina Miraglia, punto di riferimento delle culture fotografiche in Italia, “sono qui per apprendere” – e soddisfazione grande e reale da parte dei partecipanti: quattro lezioni al giorno, un pomeriggio al Mart, due incontri forse più intensi degli altri, perché hanno scandito il ritmo della settimana. Il pomeriggio del lunedi, trascorso quasi integralmente con la trasmissione dell’esperienza estetica e performativa di Franco Vaccari al “lavoro” sugli “archivi”: quantità e qualità che partono nella sperimentazione artistica degli anni Settanta e arrivano fino all’oggi. La conversazione serale del giovedì con Marina Miraglia, leggera e penetrante, come una puntura di spillo, a sottolineare una filosofia e un’attitudine di ricerca ancora oggi aperta e mai prevenuta che si è nutrita, tra l’altro, di archivi fotografici e ha dato fondamenta a diversi archivi fotografici. Non entro nel merito dei diversi passaggi e della varietà esperienziale dei docenti al confronto con la “realtà” e la “metafora” dell’archivio fotografico, eppure la mia sensazione è che i partecipanti non abbiano mai staccato la spina durante la settimana, tutti invece abbiano raccolto idee, appunti, percorsi utili per avviare progetti o proseguirne di già avviati: progetti che hanno a che fare appunto con le pratiche, le professioni, le possibilità infinite di ricerca della fotografia che si muove tra analogico e digitale.

Dalla brochure che presentava la summer school: “Quest’anno la settimana di formazione estiva sarà dedicata all’archivio come punto di riferimento delle diverse culture e pratiche fotografiche contemporanee, finanche in quanto metafora stessa dell’immagine fotografica, tra analogico e digitale, archivi materiali e archivi in rete. L’esperienza proseguirà nel 2016 con il rapporto tra fotografia ed esposizione – la mostra –, per chiudere il primo ciclo nel 2017 con una settimana di formazione dedicata a il libro fotografico”.

Il prossimo anno, secondo una programmazione triennale, la summer school della SISF si concentrerà sulla mostra come banco di prova delle culture fotografiche.
Da quale punto di vista? Naturalmente cercando di aprire e contestualizzare l’argomento in maniera transdisciplinare, forzando e mettendo in relazione i diversi universi che intrecciano appunto culture, professioni e pratiche molto diverse che insistono sulla fotografia.

La Summer School, come qualsiasi esperienza di formazione intensiva e straordinaria, presenta caratteristiche interessanti e replicabili. E però credo costituisca una possibilità interessante, mi sembra nuova in Italia, di confrontarsi con l’immagine fotografica secondo profondità di campo e alta definizione. Mentre la realtà quotidiana si nutre di immagini fotografiche anche alla luce dello scarto quantitativo digitale, l’università, come per il resto la scuola, latita. A Londra, subito dopo la nascita della fotografia nel 1839, nacquero corsi universitari specifici. In Italia ancora oggi, quando la fotografia esplode nella sua trasformazione digitale, mancano offerte specifiche accademiche.

Forse la nostra breve esperienza estiva segnala un’opportunità di ricentrare i processi di conoscenza intorno all’immagine, generando un’ipotesi di ricerca e di formazione per l’università italiana, anche in termini di contenuti, distante dal passato del Novecento. Una scommessa che si basa, sia nel metodo che nei contenuti, su un cross over culturale per prospettive disciplinari, per incrocio delle competenze, per differenze e urgenze dell’apprendimento applicato agli sviluppi della vita quotidiana.

L’appuntamento “espositivo” è per la prossima Summer School, a Pieve Tesino, nell’estate 2016. Ma, credo, che con l’autunno 2015, si apra un cantiere Sisf dove ripensare l’opportunità di una formazione permanente legata all’immagine fotografica.
giovanni fiorentino

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