Per avviare un confronto e avanzare proposte operative

A pochi giorni dalla conclusione del convegno che si è tenuto a Ravenna (22-24 aprile), qualche riflessione mi pare utile e necessaria: per informare coloro che non hanno potuto essere presenti, ma che sono interessati alla fotografia ed hanno a cuore le sorti della SISF; per riprendere e continuare una riflessione con quanti invece, essendo stati presenti, ne possono rivivere e ripercorrere le tappe e i momenti più significativi, per ulteriori approfondimenti. Mi ripropongo peraltro di ritornare in seguito sull’argomento fornendo magari un resoconto più particolareggiato nel merito delle singole relazioni e focalizzando alcuni dei temi che sono emersi, meritevoli di un approfondimento critico e di sviluppo. Se poi in questo lavoro di ripensamento e approfondimento anche altri interverranno, vuol dire che il convegno avrà assolto ad una delle funzioni per le quali era stato pensato e che la SISF si propone di realizzare ogni volta che organizza eventi di questa natura.

Ritengo in primo luogo doveroso esprimere un riconoscimento e un apprezzamento per quanti hanno lavorato alla riuscita della manifestazione, in rappresentanza dell’università che ci ospitava e della SISF che della manifestazione ha curato la parte scientifica: l’organizzazione è stata eccellente sotto l’aspetto logistico e l’accoglienza è risultata di piena soddisfazione. Non sono mancati, al di là delle occasioni di ascolto riservate alle relazioni, i momenti di confronto e di socializzazione che, in operazioni del genere e per una società come la SISF, giovane e in parte ancora impegnata a definire una sua precisa identità, nonché alla ricerca e conferma di consenso, rivestono una grande importanza.

Coerentemente con quanto enunciato fin dal titolo “Forme di famiglie, forme di rappresentazione fotografica”, il convegno ha avuto due punti di attenzione: la famiglia e la fotografia. La prima intesa come realtà sociale e culturale che si evolve nella continuità storica, un aggregato di parentele e di relazioni il cui cemento di identificazione, nello spazio e nel tempo, è dato dai legami affettivi, dalle relazioni interpersonali e dalla condivisione di valori; la seconda come forma di conoscenza e strumento di comunicazione ed espressione attraverso cui un soggetto, nel caso specifico la famiglia e i suoi componenti, si presenta sul palcoscenico. La fotografia quindi vista ed intesa non solo come fonte alla quale accedere per conoscere la famiglia, in ragione del fatto che ogni immagine reifica e sedimenta significati da recuperare in sede di ricostruzione storiografica, ma anche come mezzo e strumento di cui la famiglia ha storicamente potuto disporre e che di fatto ha utilizzato per esprimere se stessa e comunicare all’esterno la propria identità e i valori che la costituiscono, in dialettica attiva con il contesto sociale e culturale.

I due temi, nell’intero svolgimento del convegno, sono risultati strettamente connessi e collegati, ognuno nella sua specifica autonomia di analisi, richiamandosi di volta in volta: da un lato la famiglia e le sue mutazioni nel tempo, lette attraverso le testimonianze che le fotografie ne offrono, nella loro diversa tipologia (conservate in famiglia o in archivi pubblici e di fotografi, in forme disorganiche o strutturate in album, fatte da professionisti o da componenti della stessa famiglia); dall’altro la fotografia intesa come lo strumento al quale la famiglia ha avuto accesso per comunicare se stessa, darsi una sua visibilità, proporsi sul palcoscenico della storia nelle forme espressive e nei contenuti che ha ritenuto opportuni e più idonei in ragione del livello sociale e culturale nonché degli obiettivi che, chi fotografa o si fa fotografare, si proponeva di ottenere: ricordare un evento, comunicare una presenza, informare su una situazione. In questo secondo aspetto ad essere messo in evidenza è il ruolo sociale che la fotografia ha svolto nel contesto della comunicazione, specie nel momento in cui, a partire dagli anni ottanta dell’ottocento, è divenuta espressione di massa da strumento di minoranze elitarie e privilegiate.

Meritano di essere ricordate sotto questo aspetto le relazioni di Francesco Faeta che, nel segno della decostruzione concettuale in chiave antropologica di abitudini mentali, abbinava ad una riflessione sul modo di concepire, intendere e definire la famiglia nelle sue connotazioni spaziali temporali affettive simboliche ed etiche, una parallela riflessione altrettanto radicale sulla rappresentazione che la fotografia ne dà; su un altro versante la relazione di Giacomo D. Fragapane interessata a ricostruire una dialettica tra fotografia di famiglia e fotografia d’autore sul filo della espressività comunicativa, per ritrovare valori estetici, formali e di contenuto che di volta in volta trasmigrano dall’una all’altra, e viceversa, a segnare i cambiamenti di gusto nelle  forme e nelle tendenze che segnano la vicenda artistica e i suoi autori. Non meno interessante la riflessione sviluppata da Roberta Valtorta che ha ricostruito, con puntualità, senso critico e partecipazione emotiva, prendendo in esame due esperienze realizzate, con obiettivi metodi e finalità diverse, in un momento ben preciso della nostra storia, tra gli anni sessanta e settanta, avviata sulla strada di un recupero culturale della fotografia da parte degli studiosi e delle istituzioni.

Ricordo anche, a sottolineare la ricchezza e varietà dei contributi che si sono potuti ascoltare nelle giornate del convegno, diversi per contenuto, punto di vista e metodo, la riflessione di Mignemi su fotografia e storia, di Fiorentino sul ruolo svolto da un fotografo di paese, nel caso il riferimento è alla città di Teramo, nel definire li profilo culturale di una comunità, di Contini Bonacossi sull’impiego della fotografia nella ricostruzione di momenti e aspetti della quotidianità vissuta,  attraverso la testimonianza orale, di Giusa sull’esperienza migratoria e sul ruolo della fotografia nel mantenere i legami a distanza, affettivi ma non solo, tra nuclei famigliari che per necessità hanno dovuto accettare il distacco, ma difendono il loro radicamento sociale e culturale e conservano la  memoria, di Daniela Calanca sull’importanza della fotografia per chi voglia ricostruire gli aspetti della quotidianità e vede la storia della famiglia come capitolo fondamentale della storia sociale seguendo macrocategorie (lavoro, riti, matrimonio, vacanze …) che gli album di famiglia bene evidenziano e ci trasmettono nella dialettica di rapporto tra pubblico e privato.

Un capitolo a parte, in grado di aprire interessanti e in parte nuove prospettive di analisi e approfondimento, quello che mette a confronto fotografia e cinema, quest’ultimo visto specie nella sua versione amatoriale largamente praticata nelle famiglie. Va peraltro sottolineato che tra gli obiettivi del convegno figurava anche l’impegno ad avviare un confronto e in prospettiva una collaborazione tra soggetti che si occupano di fotografia, pur se in ottiche diverse, come la SISF e la CUC (Consulta Universitaria Cinema) rappresentata al convegno, in apertura dei lavori, da Guglielmo Pescatore.

Non direttamente esplicitate, ma fondamentalmente presenti, due domande hanno accompagnato l’intero svolgimento del convegno e ad esse il convegno tacitamente si proponeva di dare una risposta: la prima, cosa si intende con fotografia di famiglia; la seconda, perché si ritiene che la fotografia di famiglia sia tanto importante che ne facciamo oggetto di specifica attenzione storico-critica e la inseriamo tra i beni culturali da tutelare e conservare. Ripeto, le domande non sono state poste espressamente, ma qua e là qualcuno tra i relatori le ha formulate nell’una o nell’altra versione; resta pur vero che ogni relazione di fatto ne era velatamente una presa d’atto e una risposta, nella misura in cui metteva in evidenza ciò che essa rappresenta nel ricostruire la storia della famiglia da un lato e la storia della fotografia dall’altro.

Il convegno come bene si evidenzia nell’articolazione del programma era diviso in due parti: la prima comprendente il pomeriggio del giovedì e la mattinata del venerdì era dedicata alle relazioni, la seconda comprendente il pomeriggio del venerdì e la mattina del sabato alle esperienze. Nell’intermezzo tra le due sezioni si è tenuta l’assemblea dei soci SISF per l’approvazione del bilancio consuntivo 2009 e preventivo 2010, in applicazione di quanto previsto dallo statuto.

Le relazioni, per la gran parte tenute dai membri del Consiglio Direttivo - e questo ha rappresentato e rappresenta un fatto significativo per la SISF e il ruolo che è chiamata  ad assolvere nel contesto degli studi sulla fotografia in Italia - sono state tutte di livello, ma soprattutto, nella varietà dei temi discussi, dei punti di vista e delle metodologie di approccio, hanno di fatto coperto un vasto, se non propriamente l’intero arco di argomenti, offrendo una visione globale sulla fotografia e sugli studi che la riguardano: le relazioni con le discipline di studio alle quali più direttamente la fotografia si rapporta e con le quali si confronta; una lettura analitica interna al fenomeno, attenta a ritrovare e ricostruire i rapporti che potremmo definire di codice, di stili e di significati che la fotografia condivide con altre forme espressive e figurative nella normale dialettica di scambi che regola la vita della cultura; i rapporti con il cinema nella specificità propria delle due forme e nella loro diversità.

Le esperienze, raccontate in due sezioni che si sono sviluppate parallele, il pomeriggio del venerdì e la mattina del sabato per un totale di quattro sedute, hanno visto intervenire oltre 50 relatori che, a seconda dei casi e delle realtà alle quali facevano riferimento e si rapportavano, hanno  parlato di raccolte, di archivi, di politiche culturali, di storie ricostruite, di prospettive, offrendo nell’insieme il quadro di una situazione tanto ricca quanto articolata che richiede attenzione e sostegno.

E proprio di questo si è parlato e si è detto, se pur velocemente, nella discussione aperta che ha concluso la manifestazione ravennate quando da parte di alcuni, ma la sollecitazione è parsa cogliere le aspettative di tutti, si è formalizzato l’auspicio e l’impegno perché il convegno non rimanga un fatto bello in sé, ma isolato. E’ importante cogliere gli spunti offerti al dibattito che sono emersi con chiarezza e operare per favorire il confronto e l’approfondimento; un impegno questo di cui la SISF deve farsi carico in due direzioni principalmente: la prima, creare e rendere attiva una rete di relazioni e interscambi tra le varie esperienze  e i soggetti che ne sono promotori per favorire la comunicazione delle conoscenze e condividere le metodologie di applicazione in un’ottica di condivisione che le moderne tecnologie informatiche, da tutti applicate, oggi permettono; la seconda, dare carattere di certezza e continuità, sul piano dei contenuti e del metodo, al rapporto che intratteniamo con la fotografia e con quanti se ne occupano a livello istituzionale, sotto il profilo culturale e degli studi.

Il convegno in preparazione a Noto, a cura della SISF e dell’Università di Messina, di cui a Ravenna è stata ufficializzata la data prevista per il prossimo mese di ottobre, sarà un’ulteriore occasione per confermare da un lato un rapporto di collaborazione istituzionale importante che va nel segno di una condivisione di obiettivi da tutti auspicata, dall’altro per fare ordine sui temi e sulle prospettive di un confronto aperto che sia insieme disciplinare e interdisciplinare, riguardando la fotografia come tale e le discipline che con la fotografia si rapportano condividendone finalità e obiettivi di conoscenza.

Sauro Lusini

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