Objectivités. La photographie à Düsseldorf
4 ottobre – 4 gennaio 2008
Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris/ARC
La mostra nasce, all’interno di un ampio progetto culturale dedicato alla cultura contemporanea, la Saison France Nordherein – Westfalen 2008/ 2009, dalla collaborazione tra il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris/ARC e il Kunstsammlung Nordherein – Westfalen (K20K21), i cui rispettivi Direttori, Fabrice Hergott e Armin Zweite, ne sono ideatori e curatori insieme al commissaire Maria Müller.
Il titolo, Objectivités, come è esplicitamente dichiarato nell’avant-propos del corposo catalogo (Objectivités. La photographie à Düsseldorf, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris/ARC, Schirmer/Mosel, 2008, pp. 375), vuole proporre il termine oggettività in senso euristico, come strumento di indagine e di verifica, oltre che trait d’union, per i lavori dei venti artisti presentati in mostra, tutti professori e allievi della Kunstakademie di Düsseldorf. Un plurale, Objectivités, che denuncia l’impossibilità di un significato univoco e rimanda alle diverse connotazioni, nonché ambiguità, del vocabolo, declinate, in un arco temporale di circa quarant’anni, tra gli anni sessanta e i nostri giorni, nelle opere e nei percorsi di ricerca che vanno dall’estrema oggettività, perseguita nel rapporto tra soggetto e realtà, fino al capovolgimento dei termini in gioco nel momento in cui la stessa oggettività si trasforma nel suo contrario attraverso le manipolazioni del digitale, ponendo con evidenza le questioni, non meno controverse, dell’autenticità delle immagini e della loro efficacia informativa all’interno di un sistema che ne annulla il potere significante nella ripetitività e nella ridondanza.
Prima retrospettiva francese dedicata alla scuola di Düsseldorf, la mostra ne contestualizza i percorsi all’interno delle condizioni storiche della Germania all’indomani del secondo conflitto. Dopo la tragedia nazista, la questione di un’impossibilità dell’arte di porsi in relazione con la realtà in maniera “oggettiva” si pone in maniera cogente e determinante, per non dire drammatica. Attraverso l’opera di Beuys e poi l’arte concettuale, si pongono d’altro canto le basi per ricostruire la possibilità di uno sguardo sul reale che travalichi le precedenti gerarchizzazioni e attribuzioni valoriali e porti invece l’attenzione su ciò che, considerato a priori senza valore, può ora porsi con tutta evidenza e ampliare le potenzialità stesse della percezione. Artisti come Gerhard Richter e Sigmar Polke, poi i Becher, dagli anni sessanta e settanta, cominciano a proporre uno sguardo “neutro” su realtà, come gli stabilimenti industriali, all’epoca non “viste”, non considerate e quindi private di una qualsiasi costruzione di senso. Soprattutto ai Becher, Bernd (scomparso nel 2007) e Hilla, si fa risalire il merito di aver rinnovato, anche dietro l’influsso della fotografia americana, la grande tradizione della fotografia oggettiva tedesca degli anni venti e di averle impresso una direzione di forte sviluppo in senso progettuale.
All’inizio del percorso l’Atlas di Gerhard Richter, realizzato a partire dal 1963, si pone come laboratorio d’analisi dei paradossi e delle relazioni tra fotografia, pittura, rappresentazioni del reale. Luogo di elaborazione, di spostamenti e slittamenti di significati – molti possono essere gli artisti e gli studiosi cui fare riferimento, per esperienze analoghe, qui omessi per ovvietà – si pone come naturale precursore degli esempi successivi. Seguono quindi le fotografie di Sigmar Polke, ingrandite e rielaborate pittoricamente, i collages di Hans - Peter Feldmann, fotografie di oggetti e ambienti quotidiani che, decontestualizzati, interrogano lo spettatore sui clichés delle proprie e personali abitudini. Gli allievi di Beuys, Lothar Baumgarten e Katharina Sieverding, lavorano entrambi sul colore e sullo spostamento dei significati attraverso la manipolazione delle immagini. La Sieverding è tra le prime, inoltre, a usare i grandi formati.
Fulcro di tutta la mostra è naturalmente l’opera dei Becher, ripercorsa sin dai primi anni sessanta e attorniata dalle opere giovanili degli allievi Candida Höfer, Thomas Ruff, Andreas Gursky, Axel Hütte, Thomas Struth, Petra Wunderlich, realizzate prima della rinomanza acquisita sulla scena mondiale grazie alla scelta dei grandi formati Ad esse si aggiungono le opere della generazione ancora successiva, i Jörg Sasse, Elger Esser, Simone Nieweg, Laurenz Berges, giustificando così, data la varietà e la portata dei diversi percorsi, l’uso della definizione “scuola” di Düsseldorf, la cui cifra comune non sta tanto, secondo quanto sostenuto dai curatori, in modo semplicistico nell’uso dei grandi formati, del colore o dell’elaborazione digitale, quanto nel porsi la questione dell’/delle oggettività, all’interno di un preciso contesto culturale, e nell’affrontarne, con diversi ma ben meditati esiti, le più o meno palesi ed evidenti problematicità. Completano il percorso le immagini di Ursula Schulz – Dornburg, Klaus Mettig e Beat Streuli, allievi appartenenti ad una ulteriore e successiva generazione che mostra, nei diversi e non unitari risultati, come gli insegnamenti della “scuola” abbiano variamente condizionato l’affacciarsi sulla scena internazionale, ben oltre i presupposti delle sue stesse origini.
La mostra, valorizzata da un allestimento chiaro, coerente e lineare, accompagnata da un catalogo che raccoglie rigorosi contributi e apparati scientifici di numerosi specialisti, è, in definitiva, un valido apporto alla comprensione di un’intera vicenda artistica, vicenda che ha anticipato e posto al centro della propria riflessione e dei propri esiti questioni fondamentali per la cultura visiva contemporanea.